A Palermo, se toccate le nostre donne facciamo scoppiare la rivoluzione! Ed è successo già!

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Ogni tanto rispolverare la nostra storia, quella del popolo, fa bene all’animo ed aiuta a comprendere meglio cosa accade ai giorni nostri e cosa, per migliorare “certe” situazioni, si potrebbe o si dovrebbe fare!

La fatale palpata che fece insorgere Palermo

Per difendere l’onore e la propria intoccabile donna alcuni uomini sono disposti a tutto, anche a rovesciare un governo ed oggi non siamo capaci neanche di non indossare una stupida mascherina per difendere la nostra libertà? Detta così, sembra un’esagerazione bella e buona, ma è quello che si narra dell’inizio dei Vespri, le rivolte popolari che vollero scacciare i francesi dalla Sicilia.

Un racconto fantasioso?

A Palermo, pare che il 30 marzo 1282, al vespro (intorno all’ora del tramonto come suggerisce il termine stesso), una “toccatina di troppo” abbia acceso la miccia che ha fatto esplodere i moti rivoluzionari contro i dominatori Angioini. È proprio così che i siciliani hanno raccontato questa pagina di storia patriottica; “pa-triot-ti-ca”, leggete sillabandola, ad alta voce, questa parola, perchè pare che molti non ne conoscano significato ed implicazioni, purtroppo!

“I vespri siciliani” (1846) l’olio su tela di Francesco Hayez

L’insurrezione sarebbe scattata dopo una perquisizione non esattamente elegante. Pare che un soldato francese ubriaco, giunto fino a noi col nome di Drouet – o Droetto, in italiano – dovesse controllare una dama palermitana per assicurarsi che non avesse armi. Forse le sue mani si muovevano troppo, forse è stato troppo veloce, forse il soldato aveva palpeggiato le parti intime della donna. Sta di fatto che Drouet ne esce ammazzato dal marito della dama, il quale ha assistito alla scena prima di ingaggiare una colluttazione col francese. La spada sottratta al soldato sarà la prima lama a tingersi di rosso, a sporcarsi del sangue angioino.

Tutta colpa di una palpata!

I moti del palpeggiamento partivano da un principio d’onore: la difesa della donna dai soprusi stranieri. I francesi tradizionalmente eleganti, i siciliani gelosoni e basta un niente per scatenare il putiferio. Senza contare che nel fatale episodio c’è anche la testimonianza oculare incontrovertibile del marito, disonorato pubblicamente, obbligato a reagire alla palpata del francese! Ed è allora che la Sicilia intera esplode in un tumulto rabbioso in nome delle sacre natiche della donna violata. Pensate a cosa saremmo capaci di fare per quanto accade oggi, se solamente ci risvegliassimo dal torpore causato dalle mascherine governative, non vi sembra?

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Una Pasquetta di sangue

Insomma (ironia a parte) che si sia trattato di una perquisizione andata male, di una palpata o – come affermano altre fonti – di un pizzicotto sul sedere, la verità sta tutta nell’oppressione angioina, questa sì accertata. La reazione siciliana fu infatti violenta, spietata. Alcune fonti storiche dicono che l’evento accadde il 30 Marzo, altre menzionano il 31 Marzo, ma è certo che si trattasse del giorno di Pasquetta. Siamo alla funzione serale dei Vespri, è il Lunedì dell’Angelo, qualcosa succede sul sagrato della chiesa del Santo Spirito a Palermo. Ed è qualcosa che si diffonde per tutta Palermo, al grido di «morte ai Francesi!». Fu una carneficina!

La rivolta si estende e non c’era Facebook a quei tempi eh!

A Palermo la “caccia al Francese” si concluse in un massacro: alle prime luci dell’alba si potevano scorgere i cadaveri di un numero non precisato (centinaia o migliaia) di francesi riversi nelle strade palermitane. Non si perse un solo attimo. Andavano avvisati i paesi vicini, bisognava estendere la rivolta rapidamente. Furono organizzati i moti con dei capi rivolta che gestissero l’insurrezione sul territorio. Tantissimi i patrioti coinvolti in questa mastodontica operazione rivoltosa: dopo Palermo fu la volta di Corleone, poi Trapani e Caltanissetta. In un mese l’insurrezione aveva incluso anche l’importante snodo portuale messinese, dove peraltro era attraccata la flotta angioina. I sopravvissuti francesi scamparono alla ferocia siciliana solo nascondendosi sulle navi.

Ma non è che fu solo per colpa della palpata del francese…

Gli Angioini avevano ottenuto il controllo del Regno di Sicilia nel 1266, anno in cui Carlo I d’Angiò sconfisse Manfredi, figlio di Federico II di Hohenstaufen, nella battaglia di Benevento sostenuta e promossa anche dal papato di Alessandro IV. L’esecuzione pubblica dei sopravvissuti discendenti e partigiani Hohenstaufen da parte degli Angioini, avvenuta nella piazza del Mercato di Napoli, fu accolta con grande sdegno popolare. La decapitazione del quindicenne Corradino di Svevia, ultimo discendente della casata tedesca, rappresentò l’eliminazione definitiva di quella dinastia, luminosa protagonista del Medioevo.

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Statua di Carlo I d’Angiò sulla facciata del Palazzo Reale di Napoli

In seguito a questa atrocità, un regicidio benedetto di fatto dalla Chiesa, Carlo assunse la guida di quel vasto regno composto da Sicilia, Calabria, Basilicata, Puglia, Campania, Molise ed Abruzzo. Finiva così l’illuminata tolleranza sveva, sostituita con una politica crudele e intransigente. La supremazia di Carlo portò alla persecuzione degli ultimi seguaci della monarchia sveva, privandoli di ogni possedimento. Il sovrano angioino occupò tutti gli uffici pubblici con funzionari francesi corrotti e distrusse ogni istituzione amministrativa e burocratica introdotta da Federico II. Ma tutto questo non sarebbe durato molto.

«Dici ciciri!»

Si racconta che i rivoltosi siciliani, per individuare i francesi che si nascondevano fra i popolani, chiedessero di pronunciare la parola «cìciri» (ceci, in italiano). Si tratta di uno shibboleth, una particolare parola dalla sonorità complessa che permette di distinguere il dialetto dalla sua imitazione. Coloro che venivano traditi dalla propria pronuncia francese, che storpiava la parola in sciscirì o chiciri, venivano immediatamente uccisi. Da questo episodio deriva infatti l’espressione popolare mancu ti fazzi diri ciciri che significa, «neppure ti do il tempo di dire una parola e ti faccio male».

Una storia lunga

I Siciliani diedero così forma e azione al proprio malcontento per il malgoverno angioino. La città di Palermo resa il centro del mondo prima da Ruggero il Normanno, poi da Federico II, non era più la capitale del regno: i Francesi preferirono (ri)trasferirla a Napoli. Il fisco troppo pressante e il malessere delle Baronie accresciuto dall’avidità e dal protagonismo di Carlo fecero il resto.
La lunga contesa durata decenni per il controllo dell’Isola, si concluderà solo nel 1372 (quasi cento anni dopo!) con la divisione della Sicilia – siglata al trattato di Avignone – tra Angioini e Aragonesi. Questi ultimi, lontanamente imparentati con gli Hohenstaufen, l’avranno vinta sui francesi molto tempo dopo, ma senza l’ausilio di una fatale palpata.

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Fonte

Petruzzu vi ricorda che nella Costituzione Italiana sono regolati i Diritti del cittadino. Essi riguardano il proprio domicilio (art.14) che è "inviolabile" come la libertà personale. Non è ammessa forma alcuna di detenzione, di ispezione o perquisizione personale, nè qualsiasi altra restrizione alla libertà personale, se non per atto motivato dall'autorità giudiziara (Art.13). Ogni cittadino può circolare libero all'interno del territorio nazionale (Art.16), riunirsi e manifestare in pubblico (Art.17), professare la propria religione (Art.19) senza limitazioni (Art.20). Diritto inviolabile è l'espressione del proprio pensiero in forma scritta o parlata (Art.21. Secondo l'Articolo 32 della Costituzione, nesssuno può essere obbligato a un trattamento sanitario (tamponi, vaccini, test, utilizzo della mascherina ecc...) se non è previsto dalla legge, non dai DPCM o dalle ordinanze. Allo stesso modo, ognuno può astenersi da un trattamento in forza delle sue convizioni religiose o sociali. L'obiezione di coscienza è un diritto. Un governo democratico consente il confronto tra le varie forze politiche e include anche le forze d'opposizione. Un premier che agisce secondo principi democratici non decide da solo o con i tecnici, ma si confronta con il parlamento.