Oltre 60.000 morti per (o con…?) Covid(?) in Italia. Perché, comunque, una letalità così alta?

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Alla domanda non esiste risposta, se non nel fatto che nel nostro paese si contano come decessi per Covid i positivi al tampone, ciò senza tener conto della reale causa di morte. Secondo il sig. Agostino Miozzo questo metodo, dovrebbe rendere orgolioso il nostro paese agli occhi del resto del mondo. Mi chiedo quale sia la logica di questo ragionamento, ma si sa, ormai siamo una “barzelletta” e si riderà, nel mondo intero, per chissà quanto tempo ancora, del nostro Ex – Bel Paese.


I decessi a causa del virus continuano a salire a un ritmo di 7-800 al giorno.
Il nostro Pese si conferma tra quelli al mondo col tasso di letalità peggiore

Continua a salire al ritmo di 7-800 decessi al giorno in media il drammatico computo delle vittime da Covid in Italia. Raggiunta oggi quota 60mila morti (60.078 per la precisione), uno ogni mille abitanti, il nostro Paese si conferma tra quelli in Europa (e al mondo) con il tasso di letalità peggiore. Non sono tanto i numeri assoluti infatti a dover essere analizzati, ma il rapporto tra decessi e malati.

Gli Stati Uniti, ad esempio, hanno sì quasi 290mila morti, ma su qualcosa come 15 milioni di contagi: il tasso di letalità è all’1,91%. L’Italia, invece, con i suoi 60.078 decessi su 1,7 milioni di casi, ha un tasso quasi doppio, il 3,47%. Peggio di noi, tra i grandi Paesi europei, solo la Gran Bretagna, che ha superato prima di noi quota 60mila morti (ora è a 61.245) e ha una letalità del 3,55%.

La Spagna, invece, registra oltre 46mila morti e un tasso del 2,75%, mentre la Francia ha un tasso del 2,35% con 55mila morti (e 600mila casi più dell’Italia, da qui l’inferiore letalità). Fa storia a sè, come noto, la Germania, riuscita con meno di 20mila morti a rimanere con un tasso di 1,61%, meno della metà del nostro (con il doppio dei tamponi effettuati, dato non casuale). Anche i numeri dell’ultima settimana in Europa parlano chiaro: in media

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L’Italia ha avuto quasi 800 decessi al giorno, ossia 8,65 ogni mille abitanti. In Spagna 4 morti ogni 100mila abitanti, in Francia 5,25, in Regno Unito 4,75, in Germania 2,65, nei Paesi Bassi 2,3, in Belgio 7,65, in Austria 8,05, in Svezia 2,2, in Romania 5,85, in Portogallo 5, in Polonia (l’unica peggiore di noi) 8,85, in Repubblica Ceca 8,3.

Il confronto a livello mondiale è altrettanto impietoso: peggio dell’Italia come tasso di letalità si trovano Paesi come il Messico (9,36%), l’Iran (4,83%), e l’Ecuador (6,95%). Mentre persino il Brasile, la cui gestione dell’epidemia probabilmente non è stata esemplare, si ferma a un tasso del 2,70%. Se si tiene conto che il tasso medio globale è del 2,3% (oltre 66 milioni di casi con 1 milione e mezzo di decessi, fonte Worldmeters), i numeri italiani fotografano una situazione particolarmente grave.

Perché così tanti morti per Covid in Italia?

Quello che non dicono è il perché: come è possibile ad esempio che un Paese simile a noi per demografia, clima, persino fragilità strutturali e politiche come la Spagna abbia 12mila decessi meno dell’Italia, e una letalità più bassa?

Durante la prima ondata la spiegazione più proposta era il fatto inoppugnabile che il nostro Paese era stato travolto per primo dallo tsunami, gli ospedali (e le Rsa) erano stati invasi dall’infezione prima ancora che ce ne accorgessimo, e la tragedia italiana aveva consentito agli altri Paesi europei di prepararsi con almeno dieci giorni di anticipo. è chiaro che la stessa motivazione non puo’ valere per la seconda ondata, dove anzi è stato il nostro Paese a essere travolto per ultimo.

La questione “sociale”, ossia il ruolo degli anziani anche come welfare supplementare (per esempio nel tenere i nipoti), ma anche l’abitudine alle interazioni, allo “stare insieme”, ha sicuramente un peso rispetto ai paesi del Nord Europa, ma non in riferimento alle nazioni “cugine” del Mediterraneo, dove la letalità è inferiore, a volte anche di molto.

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Mentre l’aspetto demografico, che ci vede come il Paese più anziano d’Europa, ha un ruolo, ma non puo’ bastare a spiegare il gap con Paesi quasi altrettanto anziani del nostro. Una risposta, insomma, ancora non c’è, se non una, parziale, che è sicuramente plausibile per la prima ondata, tutta da verificare per la seconda, ossia che ci sia un enorme problema di sottostima dei casi reali.

A marzo arrivammo al record di decessi, quasi mille, con 6000 positivi e 20mila tamponi al giorno. Pochi giorni fa, in piena seconda ondata, siamo tornati a quasi mille morti giornalieri, ma con picchi di 35mila-40mila casi quotidiani e 200mila tamponi.

Indice evidente che in prima ondata venivano “pescati” pochissimi casi rispetto a quelli reali: non a caso nella prima fase i decessi, che furono oltre 35mila, erano addirittura l’11% dei casi rilevati (che però realisticamente erano almeno dieci volte di più), mentre le 25mila vittime di questa seconda ondata sono poco più dell’1,5% del totale dei casi.

Una questione di denominatore, insomma. Ma che non basta da sola a spiegare numeri così drammatici. 

Fonte

Petruzzu vi ricorda che nella Costituzione Italiana sono regolati i Diritti del cittadino. Essi riguardano il proprio domicilio (art.14) che è "inviolabile" come la libertà personale. Non è ammessa forma alcuna di detenzione, di ispezione o perquisizione personale, nè qualsiasi altra restrizione alla libertà personale, se non per atto motivato dall'autorità giudiziara (Art.13). Ogni cittadino può circolare libero all'interno del territorio nazionale (Art.16), riunirsi e manifestare in pubblico (Art.17), professare la propria religione (Art.19) senza limitazioni (Art.20). Diritto inviolabile è l'espressione del proprio pensiero in forma scritta o parlata (Art.21. Secondo l'Articolo 32 della Costituzione, nesssuno può essere obbligato a un trattamento sanitario (tamponi, vaccini, test, utilizzo della mascherina ecc...) se non è previsto dalla legge, non dai DPCM o dalle ordinanze. Allo stesso modo, ognuno può astenersi da un trattamento in forza delle sue convizioni religiose o sociali. L'obiezione di coscienza è un diritto. Un governo democratico consente il confronto tra le varie forze politiche e include anche le forze d'opposizione. Un premier che agisce secondo principi democratici non decide da solo o con i tecnici, ma si confronta con il parlamento.
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